La tutela della professionalità e la sicurezza del paziente rappresentano due aspetti dello stesso problema


 

La professione del medico oggi appare fortemente condizionata dalle scelte politiche, aziendali, economiche e anche dalla relazione medico-paziente, come traslata su un piano che non gli è proprio. Gli eventi che possono verificarsi ovunque ma che negli ultimi mesi sono avvenuti nella nostra Regione mi portano ad esprimere solidarietà sia ai cittadini che sono il soggetto e l’oggetto delle nostre cure che ai medici che con il loro lavoro rischiano ogni giorno di commettere un errore. Asportare un rene sane in un soggetto con un cancro renale rappresenta una tragedia per chi subisce l’errore ma anche per chi lo commette. L’errore è insito nella professione del medico di tutto il mondo e i suoi effetti dannosi possono essere limitati solo attraverso “la qualità dell’assistenza sanitaria che garantisce, attraverso l’identificazione, l’analisi e la gestione dei rischi e degli incidenti possibili per i pazienti, la progettazione e l’implementazione di sistemi operativi e dei processi che minimizzano la probabilità di errore”. Così recita un passo del Manuale per la Sicurezza in sala operatoria: Raccomandazioni e Checklist dell’Ottobre 2009 redatto dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali. In tale manuale sono riportate, adattate al contesto nazionale, le raccomandazioni e la checklist elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’ambito del programma “Safe Surgery Saves Lives” (La chirurgia sicura salva la vita). Se analizziamo il cap 4 del Manuale ed in particolare due punti tra i sedici riportati  leggiamo: 1)“L’errata identificazione dei pazienti o del sito chirurgico è un evento avverso poco frequente, ma quando si verifica può provocare gravi conseguenze al paziente e compromettere seriamente la fiducia dei cittadini nei confronti dei professionisti e dell’intero sistema sanitario”; 2) “E’ sempre più forte l’evidenza che i fallimenti della comunicazione, quali omissioni di informazioni, errate interpretazioni, conflitti intercorrenti tra i componenti dell’équipe, sono una frequente causa di errori sanitari ed eventi avversi, che possono generare gravi danni ai pazienti, costituendo un rilevante ostacolo alla sicurezza e qualità dell’assistenza”.

In tutti e due i casi riportati, per la corretta gestione dell’equipe, nel manuale si fa riferimento alle politiche/strategie aziendali. Infatti si legge “Le politiche aziendali devono favorire le discussioni interdisciplinari per assicurare un’adeguata pianificazione e preparazione di ogni intervento chirurgico e l’inserimento degli interventi nella lista operatoria, rafforzando i processi di comunicazione all’interno dell’équipe”. Naturalmente tutti i componenti l’equipe avranno specifiche responsabilità, il chirurgo sulle criticità dell’atto operatorio; l’anestesista sulle criticità legate alle condizioni cliniche del paziente; l’infermiere sulle eventuali criticità organizzative, come ad esempio la non disponibilità di alcune strumentazioni. Addirittura continuando nella lettura si può leggere: “La strategia aziendale per la corretta identificazione dei pazienti, del sito e della procedura deve essere formalizzata dalla direzione aziendale con procedura scritta e deve comprendere il monitoraggio dell’implementazione, anche tramite verifica della documentazione clinica o di sala operatoria (ad esempio consenso informato, checklist operatoria)”.

E’ stato riportato parte di questo testo, (revisionato nel 2011 e nel 2012) con una premessa piuttosto lunga per cercare una possibile spiegazione ai drammatici fatti avvenuti all’Ospedale San Luca a Lucca. Quanto accaduto richiede, a mio avviso, una profonda riflessione ed alcune considerazioni sull’efficacia dei sistemi di verifica e controllo che precedono e seguono ogni atto medico, in particolare quello chirurgico, per la gestione del rischio clinico. Le responsabilità individuali in ambito medico non possono prescindere dall’agire secondo scienza e coscienza ma un inadeguato sistema di controllo rende l’atto medico ad alto rischio e non garantisce la qualità dell’assistenza sanitaria. Così pure, come abbiamo letto, le apparecchiature sono fondamentali per la buona riuscita dell’atto operatorio e rientrano anch’esse nella qualità dell’assistenza sanitaria. Non avere a disposizione apparecchiature adeguate aumenta fortemente il rischio di errore e questo oggi può confliggere con la gestione economicistica delle nostre Aziende. Una siffatta analisi degli eventi nasce dalla convinzione anche del fatto che se da una parte ci sono bravi professionisti che da molti anni soffrono perché non si sentono tutelati dal sistema in cui operano, privati del senso di appartenenza e del carisma, sottoposti peraltro a turni di lavoro massacranti; dall’altro lato riscontriamo la mancanza di una giusta e accorta umiltà professionale. L’umiltà, in casi come quello che stiamo discutendo, suggerirebbe di fermarsi e di non proseguire nell’incertezza e nel dubbio a garanzia e tutela della nostra professionalità posta al servizio di chi ha bisogno delle nostre cure. Ciò potrebbe facilitare un cambio di paradigma nell’organizzazione e nel vissuto del nostro prezioso lavoro senza peraltro incorrere in ulteriori tagli dal punto di vista economico anzi recuperando quella consapevolezza autorevole che ci permetterebbe di affermare che per fare bene il nostro lavoro sia necessario avere condizioni adeguate.

Daniela Melchiorre


Gianfranco Rivellini

Informazioni su Gianfranco Rivellini

Specialista in Psichiatria dal 1995, Criminologia Clinica e Psichiatria Forense dal 2001. Dirigente medico, dal 1995 presso ASST Mantova. Svolge il ruolo di perito del giudice in materia psichiatrico forense da oltre 15 anni. Attualmente Consigliere Nazionale ANAAO-ASSOMED. E' stato membro delegazione trattante di parte sindacale CCNL Dirigenza medica presso ARAN, a partire dall'anno 2000. Socio Fondatore ANMOS------------------------------------------------------------------------------------------------- mail to: anmosrivellini@yahoo.it