Assistenza in Pronto Soccorso: come in ACEA


road-sign-464646_1920102, 103, 103, 105: l’indicatore presenze in P.P. si è finalmente fermato… Finite le ambulanze? Si è riusciti a dimettere qualche paziente? Non lo so ma so che la soglia di non ritorno, 100 è stata superata. Si, noi collassiamo a 100. E’ il caos. E’ assistenza negata, frettolosa e superficiale o al meglio rallentata. Ma per farvi capire che vuol dire avere 100 malati presenti contemporaneamente in una struttura che dovrebbe assisterne al massimo 50 penso serva un esempio.

Una barella standard misura cm 72×191 cm ovvero 2,62 m², intorno alla barella bisognerebbe poter passare, lavorare, mettere un albero con una flebo da una parte e far scendere un catetere vescicale dall’altra, per tenerci stretti, strettissimi diciamo che serve una misura pari alla barella stessa. Quindi, quando arriviamo a 100 malati, abbiamo bisogno di una superfice calpestabile (almeno fino a quando non li appenderemo alle pareti) di 2,62 m² (barella) X2 (spazio intorno alla barella) X 100 numero Barelle = 524 m². Per capirci le misure standard consigliate dalla FIFA per un campo da calcio sono di 105 x 68 m ovvero 714 m². Adesso immaginate gli europei, il tifo con i cori per incitare i giocatori, gli sfottò, lo stadio ed il suo campo verde abitato da prestanti 24 giovani giocatori in piedi (falli a parte). Ora immaginate lo stesso stadio, lo stesso campo di calcio non verde ma bianco, invaso per quasi la sua totalità da barelle su cui giacciono sofferenti per lo più anziani coperti da un lenzuolino bianco, e gli spettatori festanti sostituiti da tanti parenti in attesa di notizie con urla, gridi di rabbia ed improperi, esultanza o semplici ringraziamenti, sicuramente speranza e fede o rabbia cieca e violenza.

Ecco cosa succede quando arriviamo a 100 malati in Pronto soccorso…, infatti immancabile vedo comparire alle mie spalle la caposala che mi comunica… “abbiamo finito le barelle riusciamo a mettere i meno gravi in piedi?” E si perché se ieri si elemosinava un letto oggi si elemosina anche il diritto ad una barella. Noi finiamo sul giornale ogni volta che i nostri malati finiscono per essere curati per terra, ma vi assicuro che sono meglio assistiti a terra su un materassino che sulle barelline di trasporto del 118 che avendo la base stretta (tale da consentire il trasporto in ambulanza) sono instabili ed il malato legato con le cinghie come un salame rischia, se si muove troppo, di cadere e farsi veramente male.

Oggi sono ai codici verdi quelli che hanno la maggiore possibilità di essere dimessi, allontanati dal qual girone dantesco che è il pronto soccorso. Da qualche mese poi, per evitare di mettere i malati nei corridoi, si sono creati 2 enormi stanzoni degli open-Ad un certo pun to, space, dove i malati invece che in fila indiana ordinata sui corridoi, dove avevano almeno un muro su cui appoggiarsi, sono messi sempre in file parallele ma in uno stanzone dove alla destra ed alla sinistra di ogni barella vi è una altra barella, un altro malato che non si può fare finta di non vedere, voltandosi dalla parte del muro, perché anche quello, il muro, non è più dato. Ed allora quel singolo malato cerca di estraniarsi concentrandosi sul suo male cercando non vedere la sofferenza degli altri da cui è circondato, ai lati ma anche davanti e dietro a 360 gradi. Ma gli odori, i lamenti, le richieste di assistenza rendono impossibile isolarsi ed allora si attende attoniti. Si salvano dall’impazzire per lo più grazie all’età, che avendo devastato il cervello, li rendono per lo più estranei ad ogni stimolo.

Ma nello stanzone, anche li si arriva al punto di collasso. L’aria condizionata non ce la fa più, ed allora tutti, medici infermieri e malati, cominciano a sudare, l’aria manca anche perché essendo sotto terra non si possono aprire le finestre. Ad un certo punto, finalmente, sento un sussurro di aria, sento per un pur breve istante di avere meno caldo, penso che l’aria abbia ripreso a funzionare… invece è stato solo Paolo il portantino, a passarmi vicino ed ad avere smosso l’aria al suo passaggio, capisco che per stare anche solo un poco meglio basterebbero dei ventilatori oppure fare passare Paolo avanti ed indietro continuamente, così, solo per smuovere l’aria. Dubito di riuscire a convincerlo. Senza considerare l’ordine di arrivo dei pazienti raggruppo i malati per specialità. Otorino, Urologici, Maxillo, Oculistici, chiamando i vari consulenti che prima erano in P.S. stabilmente ed adesso, mancando il personale, sono stati mandati nei loro reparti e vengono chiamati al bisogno con allungamento dei tempi di attesa per pazienti e costringendo i medici di P.S. a perdere tempo al telefono per rintracciarli.

Lo spazio adibito all’area chirurgica è invaso da barelle che non sapremo dove riposizionare, allora decido di suturare il dito di un povero operaio usando come tavolo operatorio l’addome del paziente stesso, mancano anche parte dei ferri, ci arrangiamo. Suturato e dimesso. Meno 1,

Una ragazzo lamenta dolore dopo una gomitata al costato durante una partita di calcetto, bene un caso che si risolve in piedi, lo visito, lo mando subito fuori in radiologia a fare la lastra . Meno 2

Arriva l’urologo, è un amico, si guarda intorno e dice “ogni volta che vengo qui mi si stringe il cuore, come fate..” Vede 4 malati, due inviati da altre strutture che pure hanno l’urologia…. Vengono reinviati in preospedalizzazione nei nostri ambulatori… non sarebbero potuti andarci direttamente ?? Meno 4

Gli altri due devono fare una ecografia, ma i radiologi oggi sono subissati e ci vorrebbero ore. Allora trasportiamo noi stessi i pazienti in eco, vedere se una vescica è piena o no… anche noi. Tagliamo i tempi. Un buco nell’acqua, entrambi andranno ricoverati. Si aggiungeranno agli attuali 39 malati in attesa di ricovero. Il collega mi dice, “il primo mandamelo in reparto comunque, tanto ho già tre malati in sovrannumero e nei corridoi cosa sarà mai un quarto….” L’altro vedo di prenderlo domani. Meno 5 … Siamo tornati al 100.

Il collega che gestisce i malati in attesa ricovero mi dice trionfante che 4 malati andranno nelle case di cura private, ovvero malati che sono venuti per essere curati al san Camillo si troveranno sbattuti altrove, ma sempre meglio che nell’inferno dell’attesa nello stanzone. Le nostre ambulanze ci metteranno una vita a traportarli tutti, ma prima di mezzanotte avremo liberato altre 4 barelle, 4 terapie in meno, 4 malati in meno da cambiare.

Una infermiera si fa coraggio, e dice ad un’altra, “su dai; giro pannoloni, fra un po’ arriva il vitto”. Partono tutte bardate e tutti i pannoloni pieni …. vengono cambiati alla presenza di tutti. L’aria già carica è irrespirabile.

Arriva l’oculista, via tre malati e siamo a meno 8.

Guardo lo schermo, sono entrati altri 4 malati, siamo tornati a 101. Sulla barella del 118, legata come un salame una paziente urla; pensava, sperava che l’arrivo al p.s avrebbe risolto il suo problema, non è così, al telefonino chiama disperata parenti e conoscenti, Vomita.

Il chirurgo maxillo faciale, finita la sala operatoria scende, finalmente vede una dolorosissima sub lussazione della mandibola che riduce, il paz. ha dovuto aspettare soffrendo ben due ore, perlomeno la bocca bloccata non gli ha concesso di urlare. Vede poi una frattura della mandibola, ha il reparto pieno, concorda con il malato di tornare domani per operarlo e mandarlo via nella stessa giornata, ma almeno qualche ora in appoggio su una barella in sala operatoria per il post anestesia deve restare. Meno 10. Ma visto che 4 sono entrati … Diciamo sempre meno rispetto al picco. Siamo sotto i 100, anzi siamo a 98 visto che anche dai codici gialli hanno dimesso un paziente (o è morto?) Ieri notte ai codici gialli ho redatto 3 codici ISTAT (certificati di morte) di malati terminali che i parenti non si sono sentiti di gestire a casa negli ultimi momenti di vita.

Un urlo, una paziente giovane, sboccato urla che denuncia tutti. Ha una appendicite ed aspetta di essere operato da 9 ore, ha dolore. I chirurghi hanno operato una colecistite e una appendicite prima e non hanno letto in reparto, la sala operatoria è occupata. Chiudo gli occhi e immagino, spero l’arrivo delle forze dell’ordine che ci arrestino tutti. Liberi. Fuori da qui, al fresco. Almeno in carcere, anche se con le sbarre, avrò una finestrella? Si un buon modo per uscire da qui. Non sarebbe una fuga, abbandonare la nave. Sarebbe uno stato di necessità. Ma so che non avverrà. La procura della Repubblica sa ogni giorno che siamo in sovraccarico, mandiamo loro noi il fax denunciando la situazione, ma interventi nessuno. Si faranno vivi quando l’inevitabile svista inevitabile, invitabile vista la situazione , ovvero una dimenticanza, un errore ci coinvolgerà.

E’ l’ora del vitto e dell’ingresso dei parenti. Una fiumara di 200 parenti invade tutti gli spazi. Chi imbocca l’anziano disabile, chi chiede, chi urla, chi protesta, chi ride. Un baccano ed un frastuono impossibile. La mancanza d’aria li porterà via, sempre che non svengano prima. Non ci si abitua. Al vitto ed ai parenti nelle sale non so abituarmi. Il lavoro si ferma i malati si accumulano ulteriormente. Non resta che risistemare le cartelle e controllare le terapia.

Dimetto tre malati che hanno terminato gli accertamenti, dimetto una colica renale che ha finito di soffrire. Smetto di guardare il monitor con gli accessi, troppo umiliante.

Una infermiera che conosco da anni cerca spasmodicamente ovunque un pacchetto di sigarette che ha perso,

l’animosità con cui cerca, ovviamente senza trovare, mostra il disagio della persona,

l’ansietà con cui ripete ossessivamente se qualcuno ha visto il suo pacchetto è un urlo di aiuto, la ricerca impossibile di oggetto perso raffigura la sua frustrazione,

della serie tutto va male…

Se dovessi descrivere il burn out riprenderei questa scena paradossale avvenuta in inferno. Anche questo accade sotto terra al caldo.

Passa un collega che mi chiede che ne sappia dell’allontanamento dell’attuale direttore generale e su chi lo dovrebbe sostituire. Gli occhi sono iniettati di sangue. Avere un caprio espiatorio su cui sfogare la propria rabbia funziona. Abbiamo cambiato negli ultimi anni 4 direttori generali, uno ogni 2 anni circa, e la situazione è andata sempre peggio. Ma il giacobinismo funziona, ha la sua utilità, il lavoratore è contento della testa del direttore ottenuta e scarica anche così le frustrazioni di un lavoro che è diventato ovunque indecoroso e spera che col prossimo tutto cambi. Aspetta una anno poi comincia a mugugnare, poi ad arrabbiarsi e aspetta che la prossima testa cada… Al collega faccio notare tutto questo e che l’attuale direttore tra i tanti quanto meno ha capacità, ma la “mission” data dalla Regione e dal Governo è sempre la solita: tagliare, tagliare, tagliare e tagliando non si costruisce.

Torna il calciatore “gomitato”. Mi chiede se è arrivato il risultato della lastra. Si. Ha tre costole fratturate. Mentre scrivo i consigli per il suo rientro a casa vedo che lo sguardo del ragazzo è perso nello stanzone che via via si sta svuotando dai parenti. “Sembra incredibile, vero?” gli dico. “E si ma anche alla ACEA stiamo messi male” mi risponde. Chiudo gli occhi e lo immagino circondato da condotte di acqua che perdono da mille buchi creando tante fontanelle e lui, solo, a correre da una parte all’altra con un cerotto nel tentativo impossibile di ripararle.

Si la sanità è come l’ACEA. Mi consola?

 

p.s.

Tutto quanto riportato e tanto altro ancora non è frutto di fantasia ma quanto realmente accaduto al Ospedale San Camillo Forlanini il giorno 28 giugno 2016 dalla ore 8 alle ore 20 ai codici verdi del Pronto soccorso.

 


Francesco Medici

Informazioni su Francesco Medici

Consigliere Nazionale ANAAO Socio fondatore ANMOS Consigliere nazionale COSMED Dirigente medico Ospedale San Camillo Forlanini- Roma Medico di Pronto soccorso . Incarico di Team Leader